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KOTEKINO RIFF (2017-2018)

esercizi di rianimazione reloaded

di e con Andrea Cosentino

 

in repertorio

di e con ANDREA COSENTINO

musiche in scena MICHELE GIUNTA

supervisore dinamico ANDREA VIRGILIO FRANCESCHI

assistente DINA GIUSEPPETTI

produzione ALDES / AKRÒAMA (2018)

in collaborazione con Capotrave / Kilowatt 2017

Ho provato, ho fallito. Non importa. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio
(S. Beckett)

Sempre più penso al mio sviluppo artistico non come ad una serie di spettacoli più o meno riusciti, ma come alla costruzione della mia identità, attoriale e autoriale assieme. Un po’ comico dell’arte, che si porta dietro le sue maschere e i suoi lazzi migliori, un po’ jazzista che lavora a trovare il suo suono e il suo stile. Riconoscibile e inimitabile.
KOTEKINO RIFF vuole essere il mio gioco a togliere di mezzo l'opera. Quel che resta è da un lato l’attore, come macchina ludica di significazione, dall'altro il teatro come esercitazione allo stare comunitario. Che vuol dire mille cose diverse: dinamiche di potere, di rappresentazione, di rappresentanza, di racconto, di seduzione. Che racchiude questioni importanti e sempre attuali, come la coralità, il prendere la parola, il potere, la fiducia e l’inaffidabilità, l’autorevolezza, l’autorialità e l’autoritarismo.
KOTEKINO RIFF è un coito caotico di sketch interrotti, una roulette russa di gag sull’idiozia, un fluire sincopato di danze scomposte, monologhi surreali e musica. E' una esercitazione comica sulla praticabilità della scena, sulla fattibilità dei gesti, sull’abitabilità dei corpi, sulla dicibilità delle storie. Creare aspettative e negarle, fino a mettere in crisi il ruolo di attore e spettatore. Una clownerie gioiosa e nichilista senza altro senso che lo stare al gioco. Il migliore spettacolo teatrale non è che il programma di una festa.

Andrea Cosentino

 

alcune recensioni >>>

Mailè Orsi - Persinsala - 24/9/2017
http://teatro.persinsala.it/kotekino-riff-2/43326

Marco Menini - KLP - 25/07/2017
http://www.klpteatro.it/kilowatt-15-anni-daniele-bartolini-andrea-cosentino

Marco Menini - KLP - 25/07/2017

“[…] Con l’accompagnamento musicale del talentuoso Michele Giunta assistiamo a battute, sketch, scenette senza senso, azioni interrotte, intervallate da strampalate conversazione tra personaggi surreali. […] attraverso la risata e la riflessione contemporaneamente, spiazzando ed al momento stesso andando dritto al nocciolo della questione, senza stancare e senza mai strizzare l’occhio al pubblico, fino a sorprendere con un finale inatteso ed amarissimo. Pochi minuti che racchiudono una riflessione profonda, bruciante, che taglia come una lama arrugginita, talmente disturbante e lontana (solo in apparenza) da ciò che avevamo visto fino a quel momento, che verrebbe l’istinto di alzarsi ed andarsene, perché picchia duro nel segno, colpendo con fendenti precisi, con considerazioni sul concetto di verità e menzogna, realtà e finzione, assai disturbanti. Specchio amaro di questa società (teatrale?).”

Luciano Uggè – Artalks.net - 18/07/17

“[…] Battute fulminanti si alternano alla ricerca degli oggetti, sparsi sul palco, ai quali l’anticomico dà, per brevi momenti, la parola[…] Il tutto intervallato – ma è una semplificazione – dalle sonorità dal vivo del musicista Michele Giunta. […] Quello che sembra uno spettacolo dettato dalla casualità – soprattutto durante la ricerca degli oggetti – è, al contrario, frutto di un lungo lavoro che porta a un preciso coordinamento tra suono e voce. Un intreccio complesso tra basso elettrico, elettroniche che arricchiscono lo spettacolo, luci sempre coordinate con i movimenti di Cosentino, e la duttilità dell’interprete stesso […]”

Simona Frigerio - Persinsala - 18/07/17

“[…] lo spiazzamento alla Andy Kaufman in stile Cochi e Renato. Ovvero: Andrea Cosentino con il suo Kotekino Riff. Il one man show di Cosentino, ai confini con il surreale, è brillantemente supportato dalle musiche dal vivo di Michele Giunta che sottolinea, contrasta, duetta con l’anticomico, fino a trasformare il suo contrabbasso nel vero antagonista di Cosentino. Certamente questa anteprima, all’inizio, spiazza, poi apre a giochi di senso, diverte i bambini in prima fila, si inerpica sulle strade di quella comicità stralunata che cantava: “Io parto, ma dove vado se parto, sempre ammesso che parto”, per concludersi con un autentico pezzo di bravura”

Erika Di Bernardo – TEATRIONLINE

“... lo spettacolo costituisce una sorta di contenitore di camei e stereotipi sul teatro contemporaneo, avvalendosi della partecipazione musicale in scena di Michele Giunta. Provocatorio e a tratti demenziale, Cosentino da vita a personaggi dichiaratamente “finti” che si autoannullano ancor prima di cominciare a “vivere di vita propria”, in un gioco nichilista e leggero che strappa risate e applausi durante tutto lo spettacolo e che sul finale regala un momento intenso (questa volta serio).”

estratto stampa dello STUDIO / Mailè Orsi - Persinsala - 24/9/2017

“... Come la talpa di quei giochi da luna park, quelli in cui si aspetta con la mazza pronta a colpire l’animaletto che spunta dal buco, Cosentino lancia le sue battute al pubblico e torna nella tana. Entra ed esce (metaforicamente) di scena, con la scusa di recuperare gli oggetti degli sketch. Ritmo serrato fra pause e assalti di non senso. Un equilibrio delicato di tempi, un’alchimia molto riuscita col musicista Michele Giunta che, con il suo contrabbasso e la sua strumentazione elettronica, crea il contrappunto musicale dal vivo e insieme all’attore. In questo panorama ritroviamo qualche filo rosso, come ad esempio alcuni interessanti spunti di riflessione prettamente intellettuale, tra i quali quello sul Kotekino. Perché il Kotekino… kotekino… koo-tee-kii-no… ti si infila nella mente e diventa il cavallo di Troia per la colonizzazione dei pensieri. Perché, si sa, una parola può orientare il pensiero, ed è possibile far concentrare quaranta persone su un solo punto mentale: il kotekino. Si è forse abituati a vedere chiaramente questo fenomeno in azione nella propaganda – ma non in generale, non sempre, non con qualsiasi contesto, non in senso buono (ma un senso buono del fenomeno esiste?). Oltre a questo, vi troviamo domande sul senso della performance, sul senso del lavoro dell’attore. Troviamo un Amleto che, dallo sguardo in gorgiera agli screzi fra straccio e camicia, e infine nelle reminiscenze del monologo conclusivo, torna a chiedere quale sia mai lo statuto ontologico di chi sta in scena. Dopo un finale col botto, arriva infatti l’epilogo, un lungo monologo di domande serrate. In cui una, in particolare, ritorna insistente, pietosa e fastidiosa insieme. La pone una maschera metafisica di un teatro malato – o un’arte malata – che ha una pessima cera e non ispira nessuna fiducia. Una sfilza di domande che mettono a nudo, insieme alla maschera che le pone, il malessere di una società in cui l’artista non ha ruolo, ed è ormai solo un postulante molesto, con quella punta di abiezione che emerge quando l’unica ossessione è riuscire a trovare due soldi. In che modo si diventa mendicanti? La maschera, figura trascendente che ricorda in qualcosa i manichini che popolavano la scena di Kantor, ci mostra che quel mendicare è diventato una componente strutturale, sostanziale, e che l’immagine ricorrente che oggi abbiamo del teatro è quella del mendico. (…) È la maschera del nostro – tutto contemporaneo – regno finanziario e della sua morale, che disprezza chi non produce e riduce l’uomo a una sola dimensione. Da questo punto di vista, quella maschera si pone come figura e condensazione – decisamente azzeccata e pregnante – di un nuovo trattato di economia di Cosentino, meno teorico ma assai più acuto.”

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